Generazione App: riflessione sul mondo digitale e le nuove generazioni

Nei giorni scorsi il gruppo del Coderdojo Reggio Emilia è stato invitato da Reggio Children a partecipare ad un incontro molto interessante con Howard Gardner* per parlare delle sue recenti ricerche sul mondo digitale.

20150608_183432 correttaNon esiste un’intelligenza digitale. Così Howard Gardner parte a spiegare le riflessioni maturate nel suo nuovo libro Generazione App. Il concetto è che usiamo la stessa intelligenza quando usiamo il computer o interagiamo con le persone. E questa affermazione non può non farci subito riflettere.
Ma i bambini di oggi sono differenti rispetto a quelli che non possedevano i computer.
Gli adolescenti contemporanei sono i primi a essere definiti usando la tecnologia come elemento distintivo piuttosto che la politica o l’economia (dalla generazione della grande depressione o della guerra siamo passati ai figli di Facebook o Internet).
Queste nuove generazioni tecnologiche hanno un arco temporale più breve rispetto alle generazioni che si definivano in senso biologico (una singola generazione comprendeva tutte le persone dalla nascita fino all’età genitoriale) e si pongono in opposizione alle generazioni precedenti. Si differenziano fra loro e si contrappongono: per cui abbiamo la generazione di Facebook in opposizione a quella dei media, e così via.
A cosa porta questa premessa? Al fatto che ci troviamo di fronte ad una sfida per educatori e genitori.
Gardner racconta la situazione negli Stati Uniti, che non è molto distante da quella europea o italiana, e fa l’esempio dell’app Yik Yak, che viene utilizzata in aree geograficamente molto limitate e da utenti coperti dall’anonimità, con la quale si possono distruggere comunità intere grazie alla possibilità di fare commenti negativi e pesanti contro altre persone. Nelle scuole hanno vietato l’utilizzo di questa app, ma questo è il solo contesto protetto.
Un mondo totalmente nuovo al quale noi adulti non avevamo pensato e che non saremmo riusciti neanche a immaginare.
Una ricerca di Project Zero dell’Harvard University che ha studiato il comportamento dei giovani fra i 10-20 anni d’età, ha rilevato che l’elemento identificativo sono proprio le app. Le app infatti sono delle scorciatoie formidabili per fare cose in modo efficiente. La maggior parte dei giovani di oggi, ad esempio, non ha mai sperimentato il perdersi, il non trovare la strada giusta, perché è sempre guidata dalle app che servono a questo scopo. Questo cosa comporta? Che è scontato che il problema non esiste. Le app ci rendono la vita più facile e conveniente ma in cambio ci dicono anche ciò che è importante per noi e ciò che non lo è. L’aspetto insidioso di queste applicazioni sono proprio i giudizi impliciti che esse formulano: ci dicono cosa vogliamo o non vogliamo fare. Tutti conosciamo le icone facilmente riconoscibili (pensiamo all’uccellino di Twitter) e i giovani che guardano queste icone pensano di doversi presentare nello stesso modo.
Gardner, nella sua riflessione, individua tre tipi di comportamenti legati all’utilizzo delle app: la dipendenza, la facilitazione e la trascendenza.
La dipendenza da un’app è negativa perché ci pone nella condizione di dipendere da ciò che ci dice l’app stessa.
La facilitazione consente all’app di metterci nella condizione di decidere cosa fare. L’esempio che Gardner porta è quello di Doodle Buddy, un programma di creatività che consente di disegnare liberamente oppure di avvalersi di modelli suggeriti e assemblarli insieme.
La trascendenza è l’area in cui insegnanti e genitori sono impegnati in un approccio educativo alla tecnologia. Per esempio regolando l’utilizzo dei dispositivi tecnologici: non usare lo smartphone a cena oppure andare in vacanza dove non c’è il wifi. Steve Jobs è un esempio di app transcendent: è uno dei maggiori responsabili della modalità in cui oggi viviamo ma è anche una persona che non ha mai permesso alla tecnologia di entrare nella sua vita, decidendo in modo autonomo cosa fare.
Alla base di questa osservazione vi è un presupposto semplice, quasi puerile ma fondamentale: non dobbiamo diventare troppo dipendenti dalla tecnologia che utilizziamo. Se un attacco cybernetico ferma tutta la strumentazione tecnologica avremmo molte persone che non saprebbero cosa fare.
20150608_183511 correttaNon esiste perciò una intelligenza digitale ma il mondo digitale sta scrivendo un nuovo capitolo della nostra vita. I giovani di oggi non distinguono fra vita online e offline, per loro questa separazione non esiste. Ma se osserviamo attentamente quello che ci circonda possiamo vedere che i bambini sono a loro agio a guardare uno smartphone ma molto meno a guardare negli occhi una persona: non sono abituati al contatto visivo con gli altri esseri umani. Allo stesso modo siamo ormai abituati a messaggiare qualsiasi cosa ma non a parlarci direttamente, non siamo in grado di sostenere una conversazione diretta.
Che ci piaccia o meno i produttori di software vogliono che utilizziamo le app in modo da convogliare la pubblicità verso i nostri dispositivi, con il rischio di perdere il valore umano. Come cittadini dunque dobbiamo essere un passo avanti rispetto a chi produce le app. Anche perché i bambini osservano ciò che facciamo noi adulti.
Questo non significa abolire le app o qualsiasi altro tipo di dispositivo tecnologico. Dobbiamo utilizzare le app che offrono diversi tipi di soluzioni per poter affrontare un problema con diverse modalità. Ed essere quindi noi a decidere cosa fare.

* Howard Gardner insegna Scienze cognitive e dell’educazione e Psicologia alla Harward University e fa parte del comitato scientifico di Reggio Children. Ha firmato il volume Generazione App. La testa dei giovani e il nuovo mondo digitale (Feltinelli, Milano 2014) con Katie Davis, docente alla Scuola di informatica dell’Università di Washington, dove studia il ruolo delle tecnologie digitali nella vita degli adolescenti.

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